Siamo emotivamente legati alle nostre ansie?
Aggiornamento: 3 set
È una domanda che, a prima vista, può sembrare curiosa. Tutti vorremmo essere più sereni, no?
Eppure, forse, non è così semplice.
Lo osservo nel mio lavoro e ne faccio esperienza anche personalmente: desiderare di liberarsi dallo stress, da una paura o dall’ansia non significa necessariamente essere pronti a vivere senza.
A volte, ciò che ci fa soffrire svolge anche una funzione. Una funzione di cui non siamo sempre consapevoli.
Perché, allora, può essere così difficile lasciare andare proprio ciò di cui vorremmo liberarci?

Perché possiamo essere legati alle nostre ansie?
Quando ho scritto per la prima volta questo articolo, nel 2023, precisavo di non essere psicologa e che queste riflessioni nascevano soprattutto dalle mie osservazioni, dalla mia esperienza personale e da ciò che emergeva durante le mie pratiche di sofrologia e meditazione.
A qualche anno di distanza, questa precisazione mi sembra ancora importante.
La sofrologia non mi permette di spiegare i meccanismi psicologici di una persona né di formulare diagnosi. Il mio lavoro, però, mi offre un punto di osservazione privilegiato: quello di persone che desiderano profondamente cambiare qualcosa nella propria vita e che, a volte, scoprono che il cambiamento stesso genera una resistenza.
È questo paradosso che continua ad affascinarmi.
Laurent E. Levy, nel documentario La puissance de l’intention, utilizza l’espressione francese « tenir à son drame », che potremmo tradurre con “restare attaccati al proprio dramma”.
È un’espressione volutamente provocatoria, ma solleva una domanda interessante: che cosa rischiamo di perdere quando lasciamo andare qualcosa che ci accompagna da molto tempo?
Una paura, una preoccupazione o un determinato modo di reagire possono diventare così familiari da entrare, poco a poco, nella rappresentazione che abbiamo di noi stessi.
A quel punto non proviamo semplicemente ansia.
Possiamo arrivare a pensare: “Sono una persona ansiosa.”
Cambiare, allora, non significa più soltanto provare meno ansia. Può voler dire mettere in discussione anche una parte della nostra identità.
Possiamo avere paura di una vita senza ansia?
Alcune esperienze vissute con i miei clienti mi hanno fatto riflettere particolarmente.
Ho accompagnato una donna estremamente preoccupata che potesse succedere qualcosa ai suoi figli. Quando abbiamo evocato la possibilità di ridurre questa ansia, la sua reazione mi ha sorpresa:
“Ma cosa proverò per i miei figli se non avrò più questa ansia?”
Questa frase mi è rimasta impressa.
Come se, per lei, la preoccupazione fosse diventata intimamente legata all’amore che provava per i suoi figli.
Una ragazza che seguivo mi ha fatto vivere un’esperienza simile. Si stressava facilmente e, quando abbiamo immaginato che potesse fare i compiti senza quella tensione, l’idea l’ha preoccupata:
“Ma come troverò la motivazione se non sarò più stressata?”
Anche in questo caso, lo stress sembrava aver acquisito una funzione: permetterle di agire.
Una collega specializzata nell’accompagnamento di persone colpite da tumore mi aveva inoltre parlato di quanto possa essere destabilizzante, in alcuni casi, il periodo successivo alla malattia. Dopo mesi in cui gran parte delle energie sono state mobilitate intorno alle cure e alla lotta contro la malattia, la remissione può richiedere un nuovo adattamento. Non si tratta, naturalmente, di rimpiangere la malattia, ma di ricostruire una vita che, per un certo periodo, si era organizzata intorno ad essa.
Infine, una professionista shiatsu mi disse spontaneamente:
“È incredibile quanto alcune persone facciano fatica a rilassarsi. Diventano quasi nervose all’idea di esserlo.”
Tutte queste esperienze, in fondo, pongono la stessa domanda:
E se alcune delle nostre tensioni ci rassicurassero anche semplicemente perché ci sono familiari?
« La nostra paura più profonda non è quella di non essere abbastanza bravi. È che siamo potenti oltre ogni limite. Non è il nostro lato oscuro che ci spaventa, ma la nostra stessa luce » Marianne Williamson
A cosa ci servono le nostre preoccupazioni?
Probabilmente oggi formulerei la domanda proprio così.
Piuttosto che chiedermi perché ci rifiutiamo di lasciare andare le nostre ansie, preferisco cercare di capire quale funzione svolgono per noi.
Preoccuparci può talvolta darci l’impressione di amare di più?
Lo stress può farci sentire più efficaci?
Il controllo ci permette di sentirci più responsabili?
L’agitazione ci evita, a volte, di confrontarci con il silenzio?
E se abbiamo sempre funzionato in questo modo, che cosa accade quando iniziamo a fare diversamente?
Sono domande per le quali non ho una risposta universale. Ma credo sia interessante porsele.
Perché dietro un comportamento che vorremmo eliminare può nascondersi una funzione che non avevamo mai identificato.
La mia esperienza personale del “malessere necessario”
Questa riflessione, naturalmente, non riguarda soltanto i miei clienti.
L’ho incontrata anche dentro di me.
Diversi anni fa ho fatto alcune scelte di investimento che hanno avuto conseguenze finanziarie importanti e i cui effetti si sono protratti a lungo.
Durante una pratica di sofrologia, mentre visualizzavo una conclusione favorevole di quella situazione, è emerso un pensiero inaspettato:
“Se tutto si risolve bene, significa forse che posso prendere decisioni sbagliate senza subirne le conseguenze?”
Quel pensiero mi ha sorpresa molto.
Come se una parte di me ritenesse necessario che a un errore dovesse seguire una sorta di punizione.
Andando un po’ più in profondità, ho scoperto qualcos’altro.
Mi considero una persona profondamente fortunata. Amo la mia vita e ne sono grata. Ma quella difficoltà rappresentava anche, in un certo senso, “il mio problema”.
Come se una vita troppo armoniosa diventasse sospetta.
Come se essere pienamente felice potesse attirare qualcosa capace di ristabilire l’equilibrio.
Naturalmente, non penso che dietro questo pensiero esista un meccanismo psicologico universale. Era il mio.
Ma riconoscerlo ha cambiato il mio modo di viverlo.
La felicità deve essere una cosa seria?
Questa riflessione mi porta a una domanda più ampia: ci autorizziamo davvero a stare bene?
La nostra cultura attribuisce grande valore all’impegno, alla vigilanza, alla responsabilità e al controllo.
Al contrario, a volte associamo la leggerezza alla superficialità.
Anche nel linguaggio esistono espressioni che associano la felicità a una certa ingenuità. E talvolta guardiamo con sospetto chi appare sempre sereno, quasi non avesse compreso fino in fondo la gravità delle cose.
Come se essere adulti e responsabili implicasse necessariamente portare con sé una certa dose di tensione.
Mi chiedo allora se alcune persone non abbiano bisogno di imparare, progressivamente, che:
essere sereni non significa essere passivi
lasciare andare non significa rinunciare
essere felici non significa essere inconsapevoli.
La serenità può aiutarci anche ad agire
È probabilmente una delle cose più importanti che la mia pratica personale e professionale mi ha insegnato da quando svolgo questo lavoro.
Un tempo pensavo che lo stress mi aiutasse ad andare avanti.
Oggi mi accorgo che, quando diventa eccessivo, spesso riduce la mia capacità di riflettere, scegliere e agire.
La serenità non mi impedisce di avere ambizioni. Al contrario, spesso mi permette di perseguirle con maggiore lucidità.
Quando sono più presente a ciò che sento, riconosco più rapidamente le mie reazioni automatiche. A volte riesco a scegliere di non entrare in un conflitto. Posso prendere distanza. Posso uscire dalla mia zona di comfort con meno paura.
La serenità che cerco, quindi, non è contemplativa.
È una serenità che mi rende disponibile all’azione.
E la sofrologia in tutto questo?
Non considero la sofrologia un metodo destinato a eliminare tutte le emozioni scomode.
La paura, lo stress o la preoccupazione hanno una funzione e possono essere perfettamente adeguati in determinate situazioni.
Il lavoro consiste piuttosto nello sviluppare una consapevolezza di sé sufficiente per iniziare a riconoscere:
Che cosa sto provando?Come reagisce il mio corpo?Di che cosa ho realmente bisogno?E questa mia reazione mi è ancora utile?
La ripetizione delle pratiche permette, progressivamente, di riconoscere meglio i propri meccanismi e di sperimentare modi diversi di reagire.
È anche per questo che i miei percorsi sono personalizzati: l’obiettivo non è applicare la stessa soluzione a tutti, ma aiutare ogni persona a riconoscere e mobilitare le proprie risorse.
E forse, prima di cercare di liberarci da una paura, da una tensione o da un’abitudine, possiamo iniziare ponendole una domanda:
“A cosa mi servi ancora, oggi?”
La risposta, a volte, può sorprenderci.
Non esitate a contattarmi per maggiori informazioni o per fissare un appuntamento per un primo incontro conoscitivo gratuito.
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